Avvertenze
Necessita di qualche cautela nello scendere per la china detritica e attenzione per chi si avvicina dall’alto: si rischia di cadere dentro con un volo di diversi metri. Va inoltre rispettato il delicato ambiente in cui si entra.
Descrizione
Grotta di facile accesso aperta sui prati nel Calcare maiolica.
Il nome della grotta è stato preso dalla tradizione locale ed è legato all’utilizzo della cavità nei tempi passati. Infatti in inverno vi era raccolta la neve, in gran parte per accumulo naturale, che poi era conservata, anche con l’ausilio di una copertura con frasche dell’imbocco, ed utilizzata per tutto il resto dell’anno per le necessità della città di Gualdo Tadino e del suo ospedale, dove era trasportata con carri. Residue vestigia dell’utilizzo della grotta sono ancora visibili, un muretto in mattoni all’imbocco della cavità.
Conosciuta da sempre (archivio di Stato di Gubbio, atto del 7 luglio 1631, delibera del Consiglio Comunale di Gualdo Tadino del 13 aprile 1889) per l’uso che ne era fatto, la grotta era un buon rifugio sopra Valmare, probabilmente utilizzato anche dai partigiani nel 1943-44. Il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino se ne occupò tra marzo e giugno del 1978.
Da Gualdo Tadino si raggiunge Valsorda e da qui a piedi si sale per il Fosso della Bastia, tra monte Maggio e le Senate. Al secondo bivio sulla sinistra, si traversa il fianco est delle Senate per imboccare la Passerella Alta. Si segue il sentiero fino all’altezza della Pineta dell’Impero, e qui l’imbocco della grotta appare nel mezzo di un prato. Oppure da Fossato di Vico (PG), per la strada di Cima Mutali, si raggiunge la località Valmare. Da qui, a piedi, per un sentiero che traversa i prati, si punta verso la Pineta dell’Impero, impiantata nel periodo fascista con la precisa ed ancora evidente geometria di un grande fascio littorio. Si traversa al suo margine superiore fino ai pini che nel gran disegno raffigurano l’ascia: dalla punta dell’ascia si risale per un centinaio di metri fino ad incontrare la grotta. Da Valsorda occorrono 90 minuti per un dislivello di m 200.
Da un comodo ingresso si scende, senza corda, per i detriti (fino a primavera inoltrata coperti di neve) che ingombrano gran parte della cavità, unico vasto ambiente in fondo al quale s’individuano, ai lati di un fronte di circa m 5, strette e brevi prosecuzioni. Muschi e felci ricoprono massi e pareti della caverna, illuminati dalla tenue luce che si diffonde dall’alto, evidenziando l’argento delle rugiade, il verde e oro delle rocce. Improbi scavi alla ricerca d’incerte prosecuzioni sul fondo non farebbero altro che sconvolgere il fiabesco ambiente della grotta.
Gruppo Speleologico Gualdo Tadino – marzo 2026