Avvertenze
Pur in assenza di difficoltà di progressione, per la presenza di rocce instabili si consiglia la visita insieme a speleologi.
Descrizione
Il nome della cavità è stato scelto da uno dei primi esploratori. Brèus è il personaggio raccontato da Giovanni Pascoli in una poesia ispirata dai canti dei bardi di Bretagna: “… c’era tant’erba, c’era tanta ortica. Il rovo vi crescea come una siepe, e la muraglia piena era di crepe. L’edera aveva la muraglia invasa ...” Questo è il castello, in triste abbandono, in cui torna Morvàn detto Brèus, il cavalier de cavalieri, è la casa natia da cui partì ancora ragazzo dieci anni prima per farsi cavaliere. Evocano la somiglianza dei luoghi le “Grotte di Massimetto de Nena”, nome di questo complesso carsico. Massimo Gaudenzi (detto Massimetto de Nena) segnalò le cavità al Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, che raggiunse il luogo il 4 luglio 1981, esplorando il fenomeno carsico principale, una gran caverna divisa in due e messa allo scoperto dal crollo della volta. La zona fu poi dimenticata e solo il 09.01.2000 fu nuovamente raggiunta e in seguito inserita nei programmi di visita e esplorativi del GSGT.
Da Gualdo Tadino si raggiunge la pineta di Roti, si oltrepassa il luogo detto “Il Soldato”, poi la fonte “i Renacci”, a m 804. Si prosegue per l’evidente sentiero in direzione “Cava del Ferro” fino al primo gran canalone, senza nome sulla carta IGM, affluente nordovest del Fosso Selva Grossa. Si risale il canalone al suo interno per tracce di sentiero fino a quota m 980, dove s’incontra una breve galleria artificiale (probabile saggio di scavo per prospezioni minerarie). Si abbandona il canalone risalendo a sinistra fino ad incontrare, quasi a quota m 1000, l’evidente complesso carsico, di cui fanno parte anche la Tana del Rèolo e la Grotta di Morvàn.
Il crollo della volta di una notevole caverna ha formato l’aspetto attuale, diviso in due segmenti di cui la Grotta di Morvàn costituiva l’ingresso e l’Antro di Brèus è quello più a monte, la parte più interna della caverna originaria. Attualmente appare come una dolina, uno sprofondamento ricco di muschio ed alberi, le pareti con evidenti forme carsiche, residui di condotte, corrosioni. Solo a monte si è mantenuta una parte sotterranea, un’ampia condotta che prima scende per poi risalire fino a chiudere definitivamente, il tutto per una ventina di metri. Non sono evidenti prosecuzioni, probabilmente nascoste dal crollo.
Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, luglio 2026.