Avvertenze
Per la difficoltà di tornare in superficie superando la strettoia, la piccola cavità è solo per speleologi o visitabile col loro aiuto.
Descrizione
Piccola cavità verticale, con stretto accesso e fondo riempito da detriti, aperta nel Calcare massiccio.
Da tempo la Buca dell’Aquila è nota ai Gualdesi con questo nome, ma non sappiamo con riferimento a che cosa: suggerisce un episodio o una situazione di cui si è persa la memoria, a testimonianza della presenza dell’Aquila Reale sull’Appennino Gualdese.
Modesta e di difficile accesso, è una delle poche cavità gualdesi conosciute da sempre, favoloso ripostiglio in cui la fantasia popolare immagina tesori o, in ultimo, depositi di armi partigiane. Fu visitata e rilevata da speleologi eugubini probabilmente nel 1971. Poco dopo (1972) l’angusto ingresso fu ampliato con mazza e scalpello da giovani gualdesi (Gino Bedini, Vittorio Carini, Sauro Lupi, Luigi Vecchiarelli), che scesero a loro volta nel pozzetto.
Da Gualdo Tadino si raggiunge la località Santo Marzio. Oltre la chiesa, un ponticello valica un fosso per un ombroso belvedere dotato di tavole e panche: prima che un sentiero prosegua per oliveti, uno sperone roccioso risale ortogonalmente, ben delimitando la verde valle di Santo Marzio. Risalendo la base di questo per una quindicina di metri si ritrova la buca d’ingresso.
La cavità è un breve pozzo verticale che, dopo una strettoia, si allarga a campana. Il fondo è coperto da detriti e non offre prosecuzioni evidenti. Ben arrampicabile (ma è necessario l’aiuto di una corda di una decina di metri ancorata su alberi adiacenti), non presenta altra difficoltà che l’ingresso. Le dimensioni dichiarate dai rilevatori sembrano piuttosto generose o meglio, comprensive del tratto esterno sopra la cavità: il pozzetto, cioè la reale porzione ipogea, è profondo un paio di metri.
Gruppo Speleologico Gualdo Tadino – giugno 2026