Avvertenze
La grotta, a sviluppo verticale e con strettoie, è percorribile soltanto da speleologi (che nel Pozzo a Botte dovranno prestare molta attenzione per il possibile distacco di massi). La caverna d’ingresso, facilmente accessibile, potrebbe ospitare volpi, tassi, istrici, rettili e altri animali: spaventati da intrusioni improvvise e non avendo vie di fuga, reagirebbero.
Descrizione
E’ una delle poche grotte conosciute da lungo tempo nell’Appennino gualdese.
Il nome è legato alla montagna in cui la grotta si apre: Monte Maggio, un nome che può derivare dal latino"maius" nel senso di più elevato o da "Maius", come il mese, ovvero da “Maia”, antica divinità italica.
Fu esplorata e rilevata da speleologi del G.S. CAI Jesi nel 1961, accompagnati sul posto dai gualdesi Mario Giubilei e Italo Scatena. Il primo a scendere i pozzi fu Sergio Macciò (Pola 1926 – Jesi 2011), uno dei grandi della speleologia italiana; autore del primo rilievo fu Desiderio Dottori, della Sezione CAI di Jesi. Il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino si occupò della grotta nel giugno – luglio 1980, armando il pozzo con spit per le nuove tecniche di progressione su corde e allargando la strettoia a m –13 con uso di un martello demolitore. Nel 2014 iniziarono nuovi scavi, dopo il riarmo della grotta e un ulteriore allargamento delle strettoie. Dopo sette sessioni impegnate nella disostruzione, si oltrepassò il vecchio fondo, il 22 ottobre 2014 si scese un terzo pozzo (Pozzo a Botte). Nel novembre 2024 il Pozzo a Botte fu bonificato e la nicchia terminale finalmente raggiunta, fu individuata un’altra via, ma le difficoltà di scavo sconsigliarono ulteriori lavori.
Da Valsorda si sale per la mulattiera che oltrepassa il Rifugio Monte Maggio, poi fuori sentiero per un costone roccioso proprio al centro del monte. Sotto i primi alberi della Macchia di Ceccone si nasconde l’ingresso, basso e largo, che immette in un'ampia caverna, dove un camino cilindrico e liscio sale per cinque metri ma non porta da nessuna parte. Al centro, tra un grosso masso e la parete, si apre il pozzo Macciò (P 11), che prosegue con un restringimento meandriforme e continua con un pozzetto per circa cinque metri fino ad un pavimento ostruito. Si risale facilmente una finestra laterale e si raggiunge un meandro discendente che alterna strettoie e terrazzini fino ad un nuovo pozzo (Pozzo a Botte P10). Sul fondo, oltre una china detritica, una saletta promette prosecuzioni.
La grotta si sviluppa nella zona di contatto tra la formazione del Bugarone ed il Calcare Massiccio. Per la conformazione della cavernetta d’ingresso s’ipotizza un’origine ipogenica.
La cavità in estate assorbe aria e soffia in inverno (è un ingresso alto). Assenza di acqua all’interno.
Gruppo Speleologico Gualdo Tadino – luglio 2026